La Gabbia dorata lasciata aperta
Ho letto due articoli di Sauro Tronconi che mi sono rimasti addosso.
Il primo, "La menzogna del puoi essere tutto", smonta quella frase che ci hanno ripetuto in mille forme diverse: puoi essere tutto ciò che vuoi. Il secondo, "Non devi guarire da tutto. Devi crescere", fa una cosa simile con un'altra idea molto presente oggi: che ogni dolore sia una ferita da guarire, ogni difficoltà un trauma, ogni attrito con la vita qualcosa da curare.
A me hanno colpito perché dicono cose vere, o almeno, cose che io vivo come vere, cose che accendono qualcosa, un'idea, un dubbio, una perplessità e chissà quali altre cose.
Posso essere ciò che voglio, basta crederci, quante volte me lo sono detto…
Non basta desiderare una forma per poterla abitare eppure ho perso il conto delle volte che ho detto “volere è potere” .
Troppo spesso mi faccio abbindolare da concetti che mi affascinano, che vorrei tanto fossero veri, anche per me… È proprio lì che inizio a credere alla bugia, sai quella che ti dice che se una strada la vedi aperta e la vedi bene, è lì! Davanti a te! Vera come il terreno sotto i tuoi piedi!
Mia mamma diceva sempre, “le bugie hanno le gambe corte”, aveva ragione, io ho imparato che quasi mai era la strada da percorrere, ti spezzi le gambe, se sei fortunato ti fai solo male e no, non è necessario, impari una lezione, ma non è necessario.
No! Non devo guarire da tutto, ci sono lividi e ferite che non guariscono, rimangono sempre dei segni, delle cicatrici... Non ogni disagio è un trauma da gestire e metabolizzare, non ogni fallimento è una ferita da portare in terapia… la vita è dura e basta… una cosa fa male perché FA MALE…crescere significa smettere di cercare un nome elegante per ogni fastidio.
Fin qui ci sono, dentro, con tutte e due le gambe tumefatte.
È a questo punto che suona il campanello, quel prurito dietro la nuca, il rischio…
Perché ogni volta che una frase riesce a liberarmi da una bugia, poi diventa la bugia successiva, più pulita, più “matura” più difficile da riconoscere?
"Puoi essere tutto" è una gabbia.
“Devi scoprire chi sei davvero" è una bugia matura.
"Puoi guarire da tutto" è una gabbia.
“Devi solo crescere" è una bugia matura.
“Puoi” e “Devi” sono due parole pericolose…
Forse questa è la cosa che sto cercando di mettere a fuoco: la gabbia dorata non è fatta di bugie palesi, le bugie palesi prima o poi le vedi, la gabbia dorata è fatta di mezze verità, frasi che funzionano, idee che hanno dentro qualcosa di giusto, parole che ti aiutano davvero per un pezzo di strada, poi iniziano a farti lo sgambetto, come un bullo a scuola…
Non ti dicono resta fermo, stai attento…
Ti dicono vai avanti, sei sulla strada giusta, ci sei quasi, stai scoprendo te stesso…
E poi ti ritrovi con il naso per terra…
Ti dicono sopporta il dolore, l'umiliazione, è solo una caduta, ti insegna a gestire lo stress, la delusione, il dolore… La gioia, la felicità, la stima di se, i tuoi limiti…
Non ti dicono ben ti sta, dovevi essere più attento, che ti serva da lezione…
Non ti dicono sei intrappolato.
Ti dicono guarda che castello ti sei costruito…
Il problema è che spesso ci crediamo, io per primo…
La vita non mi ha insegnato niente, non mi HA spiegato niente… Sono IO che ho imparato, osservato e provato a dare un senso alle cose. La vita, non insegna nulla se non siamo disposti a imparare, non esistono istruzioni, corsi, percorsi adatti a noi.
La gabbia dorata non è solo un concetto filosofico, non è una cosa da guardare da fuori, come se fossi già libero e stessi spiegando agli altri dove sbagliano o cosa non vedono, io ci sto dentro,probabilmente più di quanto riesca ad ammettere.
Me ne rendo conto perché non vedo sbarre, non vedo mura, non vedo limiti ma non perché ne sono uscito.
Questa cosa per me è forte, mi preme con la faccia a terra e mi fa sentire l'odore, l'odore pungente del dubbio…
Non sto scrivendo da fuori, non sto dicendo "io ho capito, voi no" sarebbe ridicolo,sto provando a dare un nome a qualcosa che sento addosso, perché quando riesco a nominarlo cambia qualcosa, è sottile, quasi impercettibile e quello che mi fa impazzire, è che cambia forma continuamente.
La gabbia non può sparire, nemmeno se riuscissi a vederne i confini, le mura, le sbarre, qualsiasi forma abbia, non posso fare finta o convincermi che sia frutto della mia immaginazione solo perché non riesco a coglierla in flagrante, non riesco a dargli una forma o a descriverla, però alcune regole cambiano…
Prima pensavo che se fossi mai riuscito a vedere pareti, sbarre, fossati o semplici limiti sarei stato in grado di arrivare ai limiti del mondo… Non sono mai riuscito a dire “sono pareti!! “. Magari non so ancora come uscirne, magari nemmeno devo uscirne adesso, magari la gabbia è lì per una ragione che non conosco o non vedo. Ma se so che c'è, non può più mimetizzarsi con il paesaggio.
E qui entra un altro pezzo, forse quello più sporco, meno elegante.
La società in cui viviamo ci ha educati a performare, a stare quasi sempre vicino al limite perché sennò… che performance è?
Non lo dico come slogan politico o come il solito sfogo del club “CI HANNO FREGATI”, lo dico in modo molto semplice…cresciamo dentro un sistema che ci insegna a ottenere risultati, generare valore, dimostrare utilità, scrivere quello che sappiamo fare, vendere bene quello che siamo, trasformare ogni cosa in competenza, esperienza, rendimento, posizione, scambio, anche quando non ce ne accorgiamo.
Non basta fare qualcosa,devi poter dire cosa produce, non basta sapere qualcosa devi certificare, renderlo spendibile e misurabile.
Non basta aiutare qualcuno, devi stare attento a non dare troppo senza ricevere almeno qualcosa in cambio.
Non basta vivere un'esperienza, devi capire cosa ti ha insegnato, come ti ha migliorato e come puoi raccontarla?
Non basta essere stanco…devi comunque funzionare…
Non basta avere un fuoco dentro, devi farlo diventare progetto, piano, output, magari anche contenuto, eccomi qua, ci sono dentro.
E se non lo fai…ti senti in colpa, inutile, indietro, rotto, sbagliato, incapace e fuori dagli schemi… Ma in realtà sei uguale a tutti gli altri, è solo che non sai o non vuoi imparare come dimostrarlo… eccomi qua, ci sono dentro.
Questa parte della gabbia è tremenda perché non sembra una gabbia, sembra buon senso, sembra responsabilità,sembra maturità e concretezza.
Sembra e potrebbe essere tutto, ma non riesco mai a dire con certezza cosa sia.
In parte lo è…non sembra…
Il problema…è quando diventa l'unico modo di stare al mondo.
Quando ogni gesto deve tornare indietro con un valore pari o superiore.
Quando ogni relazione diventa anche calcolo, una somma, un’addizione,una sottrazione, una moltiplicazione o divisione.
Quando ogni scelta viene filtrata da quanto rende, quanto serve, quanto migliora la mia posizione, quanto mi fa crescere, quanto posso mostrarla.
Quando anche la crescita personale diventa un'altra forma di produzione.
Allora non vivi più…Funzioni… lo vedi che funzioni! Non sei rotto! Stai crescendo…
E se funzioni abbastanza bene, nessuno ha motivo di chiedersi se sei vivo davvero. Nemmeno tu….
Io questa cosa la sento, non sempre, non in modo ordinato…ma la sento. Sento che siamo tenuti impegnati mentalmente e fisicamente quasi tutto il tempo, non per forza da un complotto, non ho bisogno di immaginare una stanza con qualcuno davanti a uno schermo o intorno a un tavolo che decide per tutti, il sistema può anche non avere un volto, funziona lo stesso… non è rotto, sta cambiando…
Ti riempie, ti dà cose da fare, obiettivi, paura di restare indietro, strumenti per misurarti, parole per spiegare perché sei stanco, ti dà anche parole per nobilitare la stanchezza.
Poi… quando hai un secondo vuoto… te lo sei preso? Io i tre punti li metto per una ragione…l’hai sentito quel silenzio interiore che fa tanto paura?
Prendi il telefono…se sei uno dal pensiero veloce, pensi a cosa devi fare dopo o a cosa ti rimane da fare, magari cerchi un modo per sistemare quello che non torna… raramente resta spazio per guardare davvero…spazio…non tempo…quello è uguale per tutti…lo spazio invece, dipende quanto riesci a farlo tuo… quanto di questo spazio riesci a dire che è tuo? Non sono io la persona a cui devi rispondere…
Io non ne trovo di spazio…
Non guardare in senso mistico! Non mi interessa fare il guru della pausa e del respiro, io dico proprio guardare nel modo più banale e intimo, è quello più difficile: accorgersi della stanza in cui sei…
Accorgersi che certe scelte che chiami tue sono solo le opzioni che ti hanno reso disponibili.
Accorgersi che certe ambizioni sono state messe davanti a te come la carota appesa sopra il naso dell’asino prima ancora che tu potessi realizzare che ti piacciono le carote.
Accorgersi che certe paure sembrano personali, ma sono sociali.
Accorgersi che certe parole ti fanno sentire adulto solo perché ti impediscono di dire che sei stanco, confuso, incazzato, o VUOTO cazzo…
A me torna spesso una frase: “è più facile gestire un gruppo di pecore che un branco di lupi” e confesso, ne abuso senza neanche intendere veramente tutto il senso di tale affermazione.
Lo so che è una frase rischiosa… ma è così comoda e confortante, può diventare subito retorica da risvegliati. Pecore contro lupi, dormienti contro illuminati, non mi interessa quella roba, non mi interessa salire su un piedistallo per sentirmi o essere più in alto degli altri.
La pecora, per come la intendo io, non è stupida anzi, è molto astuta, usa le sue doti più naturali per ottenere protezione, fare lana e latte, non si deve nemmeno sforzare, deve solo soffrire un po di freddo ogni tanto e sopportare un po di fastidio nelle parti intime una o due volte al giorno, addestrata a restare dentro un recinto e a cercare direzione fuori da sé. Ma che succede se diventa cibo lei stessa? Per il lupo o per il pastore?
Il lupo non è buono, non è puro, non è migliore e non è nemmeno malvagio o cattivo, è predatore, combatte per ogni secondo della sua vita, per proteggere la propria esistenza, è difficile da possedere, è più scomodo, non perché urla più forte, ma perché non delega del tutto il proprio orientamento. Il lupo in gabbia non ci sta e se ci viene messo… lentamente diventa un cane.
Una società che DEVE funzionare preferisce persone prevedibili, persone che si autogestiscono dentro binari già dati, persone abbastanza libere da scegliere tra opzioni preparate da altri, ma non abbastanza ferme da chiedersi chi ha preparato quelle opzioni e perché, eccomi qui, ci sono dentro… Fino a un certo punto…
Io non voglio fingere di essere un lupo fuori dal recinto.
Probabilmente sono cresciuto anch'io con il recinto intorno, e se fossi un cane?
La cosa che cambia, forse, è che a un certo punto inizio a sentire l'odore del legno.
Non vedo dove finisce il campo e dove inizia il recinto, vedo che certe strade girano sempre intorno, vedo che alcune cose che chiamavo SCELTA o LIBERTÀ erano solo adattamento rapido e io nell'adattarsi sono bravo… Forse troppo,questa è una capacità naturale, umana…ma anche un rischio… Perché se ti adatti bene a tutto, puoi sopravvivere a lungo dentro posti che ti consumano?
E poi, quando qualcosa crolla, arriva l'altra parte della gabbia: il bisogno di salvare il salvabile…
Questa mi riguarda tanto.
Quando una cosa va male, quando fallisco, quando investo energia in qualcosa che non regge, io sento il bisogno di recuperare senso, non voglio restare davanti alle macerie fumanti piene di polvere. Voglio almeno poter dire che mi è servito, che mi ha insegnato qualcosa, che doveva andare così, che era una prova, che mi ha fatto crescere, che forse non era la mia strada, che forse era necessario…
Piero Angela, persona con cui sono cresciuto in Tv da piccolo, diceva sempre “ chiedetevi sempre perché”
Allora io mi chiedo… perché?
Perché sto mettendo una cornice decente su qualcosa che è andato male?
Questa è un'altra doratura, un'altra di quelle bugie da cui mi faccio consolare, trasformare ogni perdita in lezione,ogni ferita in crescita,ogni fallimento in passaggio necessario, ogni permanenza in una cosa sbagliata in una prova di resistenza.
Non sempre c'è una lezione alta.
Hai sbagliato.
Ti sei fatto fregare.
Sono rimasto troppo fermo
Ho avuto paura.
Non ero pronto.
Qualcuno mi ha fatto male.
Non c'è niente da salvare, se non il fatto che adesso lo so
Dirlo così è meno bello…Non consola, non fa curriculum interiore, non diventa una frase da tenere in tasca.
Però mi sembra più onesto… Con me stesso almeno…
La gabbia dorata, per come la vedo io, è questo insieme di narrazioni che mi impediscono di stare davanti alle cose per quello che sono. Non ha un confine netto che puoi identificare, ti vive dentro, si sposta con te, fa parte della realtà in cui vivo. Dico che è aperta perché non ha un punto di uscita che puoi identificare. In teoria potrebbe essere ovunque ma nessuno mi ha spiegato come si fa…
C'è qualcuno che lo sa?
La prestazione mi impedisce di chiedermi se quello che sto producendo ha senso.
La crescita mi impedisce di ammettere che forse sto solo sopportando.
La guarigione mi impedisce di prendermi responsabilità quando sto solo evitando.
La responsabilità mi impedisce di riconoscere che magari sto portando pesi non miei.
La vocazione mi impedisce di provare altro.
Il realismo mi impedisce di desiderare.
Il desiderio mi impedisce di vedere i limiti.
Il senso mi impedisce di accettare che alcune cose sono solo rotte…
E la cosa peggiore è che ognuna di queste parole può anche essere giusta, non posso buttarle via come non posso vivere senza responsabilità, senza crescita, senza senso, senza limiti, senza desiderio…Non sarebbe libertà… Sarebbe solo caos con un nome più bello.
Quindi? Non ho una soluzione.
Non voglio averla, questa è una riflessione, non una illuminazione, anche perché….. Appena trasformo tutto questo in soluzione, ho costruito un'altra stanza più “bella” dentro alla gabbia.
Posso solo provare a vedere quando una parola letta bene mi apre e quando mi chiude, quando mi aiuta a muovermi e quando mi tiene fermo, quando mi rende più lucido e quando mi addormenta.
Forse per qualcuno la gabbia va distrutta.
Forse per qualcun altro va abitata meglio.
Forse per gli altri non c'è questa gabbia?
Forse per me, adesso, va riconosciuta, senza fingere che basti, senza farci sopra poesia, senza trasformarla in identità.
Io non so se si esce davvero.
Non so nemmeno se uscire sia il punto…
Magari alcune gabbie servono a non disperderci. Magari alcune forme ci proteggono, alcune pareti sono anche struttura… Non voglio cadere nella favola opposta, quella in cui ogni limite è nemico e ogni recinto è oppressione, sarebbe troppo facile, almeno credo…
Forse…
Però so che c'è una differenza tra una struttura che mi tiene in piedi e una gabbia che mi tiene piccolo.
Non la vedo subito.
Fatico a distinguerla.
La difendo.
La decoro io stesso, perché mi fa meno paura chiamarla castello.
Queste righe non hanno lo scopo di convincere, svegliare né indicare la porta a nessuno.Non mi interessa offrire una via d'uscita, anche perché non ce l'ho.
È solo il mio modo di “ammirare” la mia gabbia mentre ci sono dentro.
Forse il mio fuoco, per ora, lo alimento così: non lasciando che ogni parola bella diventi un rifugio e ogni fallimento una lezione. Non lasciando che ogni fatica venga chiamata crescita e ogni richiesta del mondo il mio dovere.
Non sempre ci riesco.
Anzi… spesso no.
Però quando vedo la struttura, la maggior parte delle volte sfocata qualcosa cambia…Non divento libero e nemmeno migliore e sicuramente non posso chiamarla vittoria
Semplicemente, per un attimo sfuggente, smetto di confondere le sbarre con il panorama.
Nota di credito
Questa riflessione nasce dalla lettura di due articoli di Sauro Tronconi, "La menzogna del puoi essere tutto" e "Non devi guarire da tutto. Devi crescere", pubblicati sul suo Substack. Il merito dell'innesco è suo: i due testi mettono a fuoco due illusioni contemporanee forti, l'onnipotenza dell'identità e la trasformazione di ogni dolore in trauma. Qui provo a portarli dentro una lettura più personale: anche le risposte a quelle illusioni possono diventare gabbie, se diventano parole dietro cui ripararsi invece che strumenti per vedere meglio.